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Il bicameralismo danneggia l’economia? Sì, no, boh! | Maurizio Franzini

Maurizio Franzini, docente di Politica economica e direttore della scuola di dottorato in Economia alla Sapienza Università di Roma, si chiede se è vero che una vittoria del no al referendum costituzionale possa avere effetti negativi sull’economia e riflette sulle conseguenze economiche che le riforme costituzionali possono generare. Franzini conclude il suo articolo suggerendo un criterio alternativo di valutazione.

“Nelle ultime settimane abbiamo assistito a molteplici prese di posizione sugli effetti che l’esito del referendum costituzionale avrebbe sull’economia e soprattutto sulla crescita economica. In particolare, Governo, istituzioni internazionali, agenzie di rating e anche qualche istituto di ricerca hanno affermato che l’eventuale successo del no avrà effetti negativi sulla crescita economica.

Queste affermazioni non sembrano poggiare su solidi argomenti teorici o empirici. Molte di esse fanno riferimento a quello che accadrà nel breve periodo, con previsione di caduta del Governo se vincesse il No e di conseguente reazione negativa dei mercati finanziari, prima, e della già malferma economia reale, poi. Si tratta, dunque, di effetti derivanti da comportamenti – non imposti dagli eventi – di chi ha responsabilità politiche e, anche, finanziarie, come le agenzie di rating. Dunque, esulano da una seria valutazione delle conseguenze economiche della riforma. D’altro canto, genera qualche imbarazzo la disinvoltura con la quale si argomenta che presunti effetti di breve periodo – peraltro relativi a una sfera ben precisa, e non l’unica di rilievo – dovrebbero orientare una scelta costituzionale. Ed è così soprattutto se si considera la pressoché unanime attribuzione ai politici di un gravissimo difetto: lo short-termism, appunto.

Gli argomenti economici più appropriati per valutare una riforma costituzionale sono, a mio parere, quelli che si estendono al lungo termine. Il dibattito, su questi effetti di lungo termine è stato molto fiacco e si è nutrito di argomenti non all’altezza della questione. Si è detto, a proposito della riforma del Senato in particolare, che essa avrebbe effetti positivi sulla crescita perché porterebbe a due favorevoli modifiche istituzionali: la maggiore stabilità dei governi e la più rapida approvazione delle leggi.

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Un lavoro molto documentato e molto utile è quello di Stephen Voigt (“Positive constitutional economics II – a survey of recent developments”, Public Choice, 2011). Dalla letteratura che egli passa in rassegna emerge un conclusione generale, enunciata nella parte finale dell’articolo: raramente le regole costituzionali hanno effetti economici rilevanti. Questa è, per quello che mi riguarda, l’unica certezza. Tuttavia è interessante riportare i risultati di alcuni studi sugli effetti del bicameralismo citati da Voigt. Lo è perché essi provano cosa può fare il bicameralismo e suggeriscono che se nel nostro paese non lo fa – al punto che si pensa che non lo possa fare – sarebbe bene impegnarsi nella ricerca delle cause del suo cattivo funzionamento.

Inizio, citando la conclusione cui giungono Miller e Hammond: il bicameralismo può accrescere la stabilità, intesa come minore probabilità di cambio di maggioranze. E questa suona davvero come una sorpresa. Inoltre, è stato anche sostenuto, che in Svezia e Danimarca il passaggio dal bicameralismo ad una singola camera ha reso le decisioni politiche meno prevedibili e quindi ha accresciuto l’instabilità. Secondo Levmore, il bicameralismo è preferibile alla maggioranza qualificata come metodo per limitare il potere di chi detta l’agenda.

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Passando brevemente agli effetti della prevista stabilità, anche qui emerge molta ambiguità. Abbiamo ben pochi elementi per valutare l’effetto della maggiore stabilità sulla crescita economica a parità di altre condizioni, dunque isolando dagli altri questo specifico effetto. Sappiamo invece per certo quali sono i fattori che frenano la crescita economica italiana dall’inefficienza della P.A. alla mancanza di innovazioni alla diffusione della corruzione, e non è facile immaginare come l’eventuale stabilità dei governi possa di per sé fare fronte a questi problemi.

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In realtà, potrebbe essere saggio seguire un suggerimento formulato da Jon Elster in uno dei suoi ultimi lavori (“Excessive ambitions II”, in Capitalism and Society, 2009): quando manca la certezza sugli effetti che potrà produrre, la scelta costituzionale dovrebbe essere orientata non tanto a conseguire l’obiettivo considerato migliore, ma piuttosto a ridurre il rischio dei risultati peggiori. E ognuno potrà decidere quali siano i risultati peggiori e come possano essere meglio evitati. Forse quello che sta accadendo negli Stati Uniti può essere di aiuto”.

L’articolo completo su eticaeconomia.it


Segnalato da:
Piero Vereni

Categories:   Segnalazioni

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