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La nuova legge aumenta il dualismo tra Stato e Regioni | Giuseppe Gargani

La Costituzione italiana, come tutte le Costituzioni, disegna un modello che nelle democrazie corrisponde a un sistema parlamentare o a uno presidenziale. Le modifiche alla Costituzione di cui ci occupiamo distruggono il modello parlamentare e non propongono quello presidenziale. Ci troviamo di fronte a un “ibrido” che non semplifica né può determinare un «miglioramento concreto». La Costituzione repubblicana del 1948 ha delineato un’unità istituzionale tra Governo, Regioni e Comuni e sviluppato una democrazia matura che ha garantito la libertà e lo sviluppo del Paese. I 63 governi che si sono succeduti in questi anni e richiamati dal presidente del Consiglio hanno questo ruolo.

La ragione fondamentale del cambiamento, si dice, è l’eliminazione del bicameralismo paritario. Questo è davvero un imbroglio perché la doppia lettura delle leggi, esclusa per principio, è possibile in almeno dieci casi da concordare per ragioni politiche e non istituzionali. Nel caso però in cui si proceda a una seconda lettura la Camera può non tenerne conto e il nuovo Senato ha lavorato inutilmente. Questa è davvero una semplificazione? Non mi sono poi mai accorto che le sciagure del Paese dipendessero dalla doppia lettura delle leggi. E, in ogni caso, se si voleva eliminare questo inconveniente non era necessario sconvolgere l’assetto istituzionale della Repubblica parlamentare, incrinare la “rappresentanza”, mettere ancor più in crisi la democrazia dei partiti. Bastava eliminare il Senato. Una Camera delle autonomie locali così come concepita, con poteri non chiari e precisi, aggraverà inoltre il dualismo parlamentare tra le Regioni e lo Stato. I senatori non eletti ma indicati dalle Regioni saranno portati a difendere le “competenze concorrenti” tra Stato e Regioni e, quindi, a far prevalere criteri politici e inevitabilmente territoriali e non rigide regole costituzionali per dirimere le controversie.

Da Il Sole 24 Ore

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