Referendum Costituzionale – Valigia Blu

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Cari Professori del No… | Elisabetta Gualmini e Angelo Vassallo

Cari emeriti,

proprio non vi capiamo. Abbiamo grande rispetto per voi e per il documento diffuso qualche giorno fa. Per questo, avendolo letto con attenzione, abbiamo deciso di dedicare uno spicchio del nostro 25 aprile a scrivervi.

Ci scuserete se abbiamo fatto due conti sulla vostra età, che in media è di 69 anni. Quattordici di voi sono stati giudici costituzionali. Ben dieci hanno goduto delle vorticose rotazioni alla presidenza della Consulta basate sull’anzianità – tre nel solo 2011 – su cui si è soffermato Sabino Cassese nel suo istruttivo Dentro la Corte (Il Mulino, 2015) e sono dunque “emeriti”, con le annesse prerogative. In questo sottogruppo di supersaggi, l’età media supera gli 81 anni. Siete tutti invidiabilmente lucidi. Non è questo il punto che vogliamo sollevare. Né noi due siamo particolarmente giovani, a dirla tutta. Ci pare però significativo il criterio in base al quale il gruppo si è autoselezionato, uno specchio di certe istituzioni italiane, un po’ decadenti, che ci è capitato di frequentare. A maggior ragione ci pare stonato il messaggio di fondo che proponete, di fronte a un Paese che sta cercando affannosamente di ricominciare a crescere. Il messaggio suona più o meno così: “noi che deteniamo le massime conoscenze teoretiche sull’oggetto, noi che siamo la quintessenza della saggezza, noi che siamo l’empireo dei Professori ci siamo riuniti in concilio, abbiamo attentamente soppesato i pro e i contro della riforma costituzionale, e abbiamo deciso di dire NO. E poi No.”

Ma veniamo al merito. Il vostro documento, forse per la combinazione di idee tanto diverse, per quanto accomunate dallo status, presenta a nostro parere una serie di contraddizioni evidenti proprio sui punti politicamente più rilevanti.

La prima è che alcuni di voi, nel giro di poche settimane, hanno dovuto sotterrare la bomba-bufala della “svolta autoritaria” e hanno imbracciato lo spadino-di-cartoncino del diavolo che si annida nei dettagli. Il prof. Gustavo Zagrebelsky, in un documento del 31 marzo 2014 intitolato proprio in quel modo, sosteneva che «stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione […] per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali». E in un altro del 6 marzo 2016 parlava della riforma come “la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia la piramide democratica”. Il documento dei 56 di cui Zagrebelsky è cofirmatario pone invece questioni minori sulla ripartizione dei poteri tra senato e camera o tra stato e regioni, da cui solo con molta fantasia e una sviluppata propensione alle teorie del complotto si possono far discendere i pericoli di cui sopra.

Avreste voluto un Senato con maggiori poteri, ma allo stesso tempo un processo legislativo più semplice. Uno studente del primo anno verrebbe inchiodato di fronte alla banalità della contraddizione. Per dare più rilevanza al Senato bisognerebbe stabilire in quali altre materie ha maggiori poteri, chi ha la prerogativa di smembrare i progetti di legge che le contengono, con quali procedure e quali maggioranze il senato le esamina o le approva. Il sistema proposto dalla Boschi-Renzi è comunque semplicissimo. Ha solo due procedimenti, pienamente bicamerale per norme ordinamentali e di rango costituzionale, a prevalenza della Camera per il resto. E in ogni caso, per evitare in radice le incertezze e i conflitti di cui vi state preoccupando ci sono solo due strade: il monocameralismo o il bicameralismo perfettamente paritario.

Avreste preferito inoltre che in Italia fosse trapiantato il Bundesrat tedesco. Non lo dite apertamente, ma lamentate che nel Senato voluto dalla riforma “non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche”. Ora, l’unico senso che si può dare a questa frase è: “sarebbe stato molto meglio un Senato composto solo dai Presidenti delle Regioni e da loro delegati, come in Germania”. A meno che non pensiate ad un Senato di supersaggi, scelti non si sa come, capaci di rappresentare meglio dei Presidenti, eletti dai cittadini, le Regioni “in quanto tali” e non “in base ad appartenenze politico-partitiche”. Ci chiediamo che cosa avrebbe scritto del Bundesrtat italiano, cioè di un Senato più forte, che sarebbe composto oggi all’80% da Presidenti del Pd-di-Renzi, il prof. Zagrebelsky sul Fatto Quotidiano…

Ma ancora di più ci stupisce, o forse no, quello che nel documento manca.

Dal documento non traspare la minima sensibilità verso il contesto in cui la riforma è maturata e verso gli effetti di una bocciatura basata sulla ricerca di un ottimo metafisico che pare nemico assoluto del bene per i contemporanei. Nessun accenno al fatto che senza l’entrata in vigore della riforma costituzionale e dell’Italicum entro il 2016, cioè almeno 18 mesi prima della scadenza naturale della XVII legislatura, i successivi governi sarebbero destinati a dibattersi tra instabilità e inconcludenza, e il parlamento tornerebbe a essere un suq. […]

[…] Siamo anche consapevoli, nel nostro piccolo, che le riforme ottime non esistono, come insegnano i buoni manuali di diritto pubblico e di politica comparata, che tutte sono perfettibili e che farle con un governo di compromesso uscito fuori per miracolo da una situazione di completa paralisi non era un’operazione semplice. E quindi diciamo SI. E poi Sì.

Da l’Unità.tv

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