Referendum Costituzionale – Valigia Blu

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“Giusto il nuovo Senato ma il plebiscito non aiuta il Sì”, intervista a Cesare Pinelli

Professor Pinelli, la riforma sta dividendo anche i giuristi. In 56 hanno firmato per il No. Perché lei invece ritiene positiva questa legge?
“Perché si supera il bicameralismo trasformando il Senato in una Camera delle autonomie. Questo fino a due anni fa trovava d’accordo tutti i costituzionalisti. Ed era nelle proposte della commissione per le riforme creata da Enrico Letta, alla quale ho partecipato con esperti di tutti gli orientamenti. Io sono rimasto di quell’idea”.

Molti suoi colleghi però sostengono che il nuovo Senato è disegnato male e svuotato di ogni vero potere legislativo anche sulle questioni territoriali. Non è così?
“No. La nuova assemblea parteciperà a pari titolo della Camera alle leggi costituzionali e a quelle che stabiliscono i raccordi tra autonomie locali e Stato o Unione Europea, dopo l’eliminazione delle cosiddette materie concorrenti. E in ogni caso la voce dei territori si sentirà di più. I rapporti tra Stato e Regioni non saranno più regolati solo nella Conferenza, al chiuso, ma verranno dibattuti in una Camera con procedura trasparente.

(…)

A proposito di democrazia: Renzi ha legato le sorti del suo governo all’esito del referendum di ottobre col rischio di trasformarlo in un plebiscito, in un “voto di fiducia” sulla sua leadership. Ma così non danneggia proprio le ragioni del Sì?
“Al di là dei toni, un impegno come quello assunto con questa riforma ha come conseguenza logica che, in caso di sconfitta al referendum, il governo ne prenda atto. Dopodiché farne un tema così dirimente certo non aiuta. Anzi allontana la comprensione del testo. Abbiamo capito che esiste un nesso con la durata del governo, adesso però occupiamoci del contenuto”.

Per cancellare l’effetto plebiscito il fronte del No propone di “spacchettare” il quesito. Lo riterrebbe utile?
“È un’ipotesi che non ha fondamento giuridico. Neanche la legge del ’70 sul referendum lo prevede. E poi l’esito di un spacchettamento potrebbe essere paradossale: questa riforma sta in piedi perché le due parti principali, la fine del bicameralismo e lo spostamento di competenze regionali allo Stato, si tengono insieme”.

Da La Repubblica

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