Referendum Costituzionale – Valigia Blu

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Cari professori, uscite dalla curva | Marco Damilano

«Cari emeriti, abbiamo deciso di dedicare uno spicchio del nostro 25 aprile a scrivervi…». Si apriva con queste parole l’articolo pubblicato sulla prima pagina dell’Unità di ieri, a firma Elisabetta Gualmini e Salvatore Vassallo, con il titolo «Cari Professori del No…». Imperdibile, per molti motivi, visibili e invisibili. Per quello che c’è scritto e per quello che significa.

Gualmini e Vassallo sono due professori. Due intellettuali. Due che dovrebbero avere familiarità con l’argomentare e il contro-argomentare sottile e educato. Due dichiarati sostenitori di Matteo Renzi e delle sue riforme che per formazione, cultura, conoscenze avrebbero tutti i mezzi per aiutare il premier su un fronte per lui decisamente sguarnito: la battaglia culturale. (…)

Vassallo e Gualmini decidono di dedicare il loro 25 aprile a polemizzare con i 56 giuristi che hanno firmato qualche giorno fa un documento sulla riforma costituzionale. Tra i promotori ci sono ex presidenti della Corte costituzionale, maestri come Gustavo Zagrebelsky, Valerio Onida, Francesco Paolo Casavola, Franco Gallo, Enzo Cheli, Fulco Lanchester, personaggi che notoriamente hanno militato su opposte correnti politiche o giuridiche, Roberto Zaccaria e Antonio Baldassarre, Alfonso Quaranta e Paolo Maddalena, Ugo De Siervo e Lorenza Carlassare, Andrea Manzella e Luigi Mazzella… Il meglio della cultura costituzionale italiana. Un documento lungo e complesso, in cui i firmatari premettono di non essere «fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo». E tuttavia muovono una serie di critiche, puntuali, sul testo della riforma Renzi-Boschi che a ottobre sarà sottoposto a referendum popolare. Come voteranno i professori? La risposta arriva soltanto nelle righe finali: «Pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma». (…)

Gualmini e Vassallo potrebbero rispondere ai costituzionalisti «nel merito», punto per punto. Ma hanno deciso di dedicare ai colleghi soltanto «uno spicchio» del loro 25 aprile, non un minuto di più. E dunque meglio lasciar perdere la musica e dedicarsi ai suonatori. Non importa il documento, interessano i firmatari. «Ci scuserete se abbiamo fatto i conti sulla vostra età, che in media è di 69 anni», scrivono i due politologi renziani. (…) I firmatari, per Gualmini e Vassallo, hanno la colpa di essere vecchi. E pure privilegiati, con le loro pensioni da ex presidenti della Consulta. Con le stesse motivazioni Gualmini e Vassallo potrebbero aggiungere che Giorgio Napolitano, che ha quasi 91 anni (non in media, ma da solo), non dovrebbe intervenire sul referendum. O che l’attuale giudice costituzionale Giuliano Amato dovrebbe astenersi dal prendere posizioni pubbliche di qualche tipo. Ma sarebbero considerati concetti rozzi, volgari, degni della più becera anti-politica, i toni che il Pd rimprovera sempre al Movimento 5 Stelle. E dunque Gualmini e Vassallo non li usano. Sono ragazzi civili, loro. Usano argomenti raffinati, sofisticati, loro. Si fermano agli ultra-ottantenni, «invidiabilmente lucidi», agli ex in pensione che non possono più influire sulla carriera di nessuno.

Sistemata l’anagrafe, i due professori passano al vero capo di accusa nei confronti dei giuristi ribelli. Il loro proporsi come «un empireo, nobili coltivati in colte letture» che disprezzano «Matteo-il-plebeo». Lui, Renzi, «schifa i professoroni, i loro convegni e le loro tartine. Non li invita a cena, non li promuove nemmeno, non sente il bisogno di convocare un Concilio di emeriti prima di proferire verbo sulla materia. (…) Gualmini e Vassallo concludono entusiasti, come in coro da stadio: «Noi diciamo sì. E poi Sì». (…)

A questo metodo, caro Vassallo, cara Gualmini, due professori come voi dovrebbero dire, per usare il vostro stile, «no. E poi No». Fareste un migliore servizio alla vostra causa e alla parte che legittimamente volete rappresentare. E non per mettersi sopra, per sentirsi superiori. Perché il plebeo ha la sua nobiltà, scrivereste voi e con ottime ragioni, e di una élite altezzosa e di una casta di illuminati non se ne può più. Ma l’intellettuale che a caccia di consenso si trasveste da populista perde ogni credibilità. E della sua funzione, del suo ruolo non resta più nulla. Neppure uno spicchio.

Da l’Espresso

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