Referendum Costituzionale – Valigia Blu

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Lettera aperta ai 56 giuristi che dicono No alla Riforma | Roberto Bin

Cari Amici,
riconosco in molti di voi i maestri sugli scritti dei quali mi sono formato e continuo a trarre ispirazione; e in altri ritrovo gli amici con cui ho condiviso ampi tratti del mio percorso di studi. Ma l’appello, sia pure pacato, che avete diffuso non mi persuade affatto.

Anzitutto la questione di metodo, “le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare”. È vero, l’approvazione di questa legge costituzionale ha segnato una delle pagine più tristi della nostra vita parlamentare. Invece di approfondire l’analisi nel merito, Senato e Camera hanno dato luogo a scontri sulle procedure, manovre tattiche, scherzi goliardici, scambi di insulti: uno spettacolo indecoroso, senza dubbio. Ma ciò, invece che inficiare la riforma, ne dimostra l’assoluta necessità.
[…] Sarà pur vero che – come voi sottolineate – non è nel nostro bicameralismo perfetto che risiede “la causa principale delle disfunzioni osservate nel nostro sistema istituzionale”, ma in questa legislatura si è visto quanto esso possa pesare sulla vita e il funzionamento delle istituzioni politiche. Modificare il Senato non basta a risanare la vita istituzionale del Paese, è certo: ma senza riformarlo il risanamento è impossibile.

Passando al merito delle critiche sollevate dal vostro Documento nei confronti della riforma, non posso non associarmi ai commenti negativi circa la composizione che viene data al “nuovo” Senato: io stesso l’ho definita “la peggiore delle soluzioni possibili”. Purtroppo a questa soluzione è approdato il dibattito svoltosi in Senato, in cui sono prevalse opzioni corporative ed equivoci attorno alle forme della rappresentanza democratica dei territori. Tuttavia che i senatori abbiano alla fine
votato l’estinzione del Senato come camera “politica” contitolare della funzione di indirizzo politico […] a me appare un risultato eccezionalmente positivo. I modelli avrebbero potuto essere diversi, certo, ed anche la semplice soppressione della seconda Camera un risultato senz’altro apprezzabile: ma che si elimini la parificazione del Senato alla Camera mi sembra di per sé un risultato estremamente positivo, da tanto tempo auspicato quasi d tutti.

Ora si dovrebbe cercare di dare un volto più preciso al nuovo organo, che
molto dipenderà da scelte future su cui un apporto tecnico dei costituzionalisti potrebbe risultare assai utile. Si tratta di scrivere la legge elettorale per il Senato, redigere il regolamento interno, disegnare i rapporti con le Conferenze e modellare le strutture di supporto di queste e del Senato: tutte scelte che potranno essere decisive per la funzionalità dell’organo come efficace rappresentanza dei territori. […]
E bisogna aggiungere che se sventuratamente il referendum dovesse respingere la riforma, è quasi certo che il bicameralismo perfetto resterà un assetto immodificabile per molto tempo. Lo troverei un risultato davvero deprecabile.

Per nulla condivisibile mi pare l’affermazione per cui “l’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia“. […] a causa della scomparsa della potestà concorrente penso che nessuno possa vestirsi in gramaglie; che una serie di materie che la riforma del 2001 aveva sconsideratamente collocato tra esse (mi riferisco ovviamente a porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, ecc.) fossero necessariamente da riassegnare allo Stato nessuno ha mai dubitato.

Del resto non sembra che le Regioni abbiano saputo cosa farsene di queste competenze legislative (casomai hanno difeso funzioni amministrative connesse) e la giurisprudenza della Corte costituzionale ha da tempo riposizionato la loro attribuzione e ridimensionato la portata innovativa della riforma del 2001. Non ha molto senso ragionare sulle etichette delle materie del 117, dimenticando quanto ha inciso sul riparto delle funzioni una giurisprudenza costituzionale che ha progressiva abbandonato la difesa del “testo” sviluppando soluzioni creative (le “materie non materie”, le materie trasversali, la chiamata in sussidiarietà e, più recentemente e con conseguenze molto pesanti per le regioni, il “criterio della prevalenza”).

Sono cose che noi tutti conosciamo molto bene: dopo una giurisprudenza molto “alta” nell’applicazione del Titolo V negli anni immediatamente successivi al 2001 (quando alcuni di voi hanno concorso a dare pregio argomentativo alla ricostruzione teorica di una riforma assai avventata), negli anni più recenti, specie a seguito della crisi finanziaria, gli spazi dell’autonomia legislativa regionale sono stati in larga parte chiusi dalle decisioni che hanno risolto i troppi casi portati davanti alla Corte.

Avete tutte le ragioni per sostenere che le radici del folle contenzioso tra Stato e Regioni “non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione“: ma è proprio per questo che mi sembra si debba apprezzare l’introduzione nel procedimento legislativo statale della voce delle autonomie territoriali. Sarà criticabile la soluzione adottata per la formazione del Senato, sembreranno deboli i poteri ad esso attribuiti, ma non si può negare che almeno un passo, un primo passo si è compiuto. Altri si dovranno compiere, attraverso leggi, regolamenti, prassi virtuose e forse persino altre leggi costituzionali. Ma la bocciatura di questo primo passo non è ragionevole e – temo – sarebbe esiziale.

Da “Sulla riforma costituzionale. Lettera aperta ai professori di diritto costituzionale che hanno promosso l’appello diffuso il 22 aprile 2016

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